Il procurement nelle aziende non è un’attività semplice e le tecnologie che ne sostengono la gestione devono tener conto di questa complessità. I processi di approvvigionamento includono una certa quantità di variabili e sono soggetti a fattori di cambiamento di diverso tipo, anche imprevisti.
Le soluzioni tecnologiche per il procurement devono tenere conto di questa complessità, trovando il giusto equilibrio tra elementi standard e personalizzazione. Il consiglio alle aziende è di schivare la tentazione di scegliere soluzioni semplici e “plug&play”, che magari permettono di risparmiare tempo ma nel lungo termine creano inefficienze e perdita di valore. Ce ne parla Andrea Tinti, Ceo e fondatore di IUNGO.
“Nel mondo del procurement, la promessa di soluzioni immediate è seducente. In un contesto aziendale sempre più orientato all’efficienza e alla velocità, implementazioni rapide, costi contenuti e risultati immediati fanno sembrare possibile “partire subito” senza complessità. Dietro questa apparente semplicità, però, si nasconde il rischio concreto di ridurre la complessità reale dei processi a modelli predefiniti che, nella pratica, non riescono a sostenere le esigenze operative quotidiane. Questo accade perché il procurement non è un esercizio teorico, ma un sistema vivo, fatto di relazioni, eccezioni, variabili e decisioni continue.
Molte soluzioni nascono per essere applicabili a un’ampia varietà di contesti e, proprio per questo, spesso non riescono ad adattarsi davvero a nessuno. Ogni azienda ha una propria struttura, un proprio ecosistema di fornitori, dinamiche interne specifiche e livelli di maturità differenti. Quando un modello è rigido, finisce inevitabilmente per chiedere all’organizzazione di adattarsi allo strumento e non il contrario. Questo porta a processi forzati, inefficienze nascoste e, nel tempo, una progressiva perdita di valore.”
